Controra #36. Un centimetro alla volta.
Gennaio.
Dopo un mese che sembrano dieci rieccoci qui, il che di questi tempi è già una gran fortuna. Sono contenta di ritrovarti o vederti entrare per la prima volta in casa Controra. Ecco come funziona, se non lo sai: tu entri e ti metti comoda, io ti dico qualche fatto e di norma mi lamento, poi ti mostro cose che potrebbero piacerti o interessarti. Sono sempre tante, quindi puoi andare via e ritornare quando hai tempo e voglia, da qui fino alla prossima uscita. Oppure puoi leggere tutto insieme; scegli tu il modo che preferisci per distrarti un po’ da tutto quello che c’è fuori e affrontare a mente più libera i tuoi accolli.
Come dici? Siamo solo a inizio anno e già non sai a chi dare i resti? Ti capisco, e c’è un solo modo, secondo me, per farcela. Credo che tu lo conosca già, ma ci sono momenti in cui è utile ribadire l’ovvio (perché lo so che dopo le vacanze la pressione a essere performante viene fuori dalle fottute pareti1).
Parliamone (di come scalare l’Everest dell’inizio dell’anno. Inizio che è tale e quale alla fine, eh)
Per scrivere la tesi di laurea2, ho trascorso mesi alla Biblioteca Nazionale di Roma sputando sangue e sudore mentre acquisivo il metodo che poi mi è servito ogni volta che avevo un Everest grande o piccolo da scalare, e che uso anche oggi di fronte al troppissimo materiale che salvo per Controra: fare ordine nelle cose, dividerle in gruppi ordinati per tipologia o argomento, e poi concentrarmi sul primo passo3.
Mai guardare in alto, verso la cima lontanissima. Mai farsi distrarre dagli spazi immensi intorno a noi, lividi di orrore, venti di guerra, senno perduto e sirene di Ulisse. Ignorare le notifiche, testa bassa e concentrazione.
Se incredibilmente ti piace faticare, potresti trovare interessante quello che racconta Sara Mostaccio a proposito dei suoi allenamenti per la maratona: modulare, resistere, continuare a correre e, quando ti sembra che la fatica non abbia senso, pensare che l’arrivo in fondo sarà solo un’altra partenza e la strada percorsa guiderà i tuoi passi futuri.
Se invece sei più da divano, e quindi una persona normale come me, puoi pensare alle cose da fare come se fossero quaderni nuovi.

Puoi fingere di avere una pagina pulita per ogni singolo passo da compiere - dalla dieta (prima le cose importanti), ai progetti di lavoro, agli impegni della serie “se ne parla a gennaio”; ricomincia dalle parole chiave che ti ispirano o che ti hanno fatto accendere una lampadina in testa: scrivile, salvale, memorizzale. Le parole sono ponti, idee ispiranti, cuscini confortevoli.
Puoi aiutarti usando le liste, sempre utili per frazionare la montagna in piccoli sassi da scavalcare; usa una matita o una app sul telefono se sai già che cambierai idea, o degli evidenziatori su carta se il percorso da intraprendere è più chiaro e definito; e comunque chissenefrega, le cancellature e gli scarabocchi sono come le cicatrici, ti ricordano come hai fatto ad arrivare dove sei adesso, quali inciampi non hai evitato e soprattutto che sei viva per raccontarli.
Decora la tue pagine, reali o immaginarie, con disegni, adesivi, meme, fotografie e link; e tieni sempre vicino un genere di conforto: un caffè, un biscotto, una playlist o il messaggio di quella persona pronta a salvarti quando metti il piede in fallo e rischi di scivolare più in basso.
Tutto può essere affrontato in questo modo, anche le pareti dell’inferno in cui a volte ci ritroviamo precipitati possiamo risalirle così. Un centimetro alla volta.
Ma adesso, facciamo un giro fuori con qualcuno che ci aiuterà a evitare rocce sdrucciolevoli e sentieri senza uscita (sì, ogni tanto qui si esce, così ci ricordiamo di non cantarcela e suonarcela da sole).
🚪Fuori dalla bolla
In questa rubrica usciamo di casa e andiamo a passeggiare in un posto poco conosciuto per approfondire un tema che mi interessa, e che spero interessi anche a te. Vuoi propormene uno? Scrivimi!
Giorni fa ho scritto una nota su Substack che è la più letta da quando sono qui. Non sono stupita, perché parla di come si vivono situazioni di malattia cronica difficilmente comprensibili dall’esterno, e questo è un argomento che, direttamente o indirettamente, tocca molte persone. Come sai se leggi Controra da tempo o mi segui su Instagram, io soffro di emicrania cronica, malattia per cui non esiste una vera e propria cura ma solo terapie preventive e sintomatiche; ma ancora di più soffro del suo corollario, ossia lo stigma del pregiudizio che ha condizionato la mia stessa presa di coscienza della malattia e, negli anni, i miei rapporti personali e il mio lavoro. Per me, quindi, condividerne l’esperienza è stato molto importante soprattutto per questo aspetto. Il racconto social delle malattie però - quello personale e quello di gruppo che si agisce nelle community - può essere infido e pericoloso sotto molti punti di vista, dal cercare cure su Google al trasformare la propria condizione in una performance condita da #adv.
Sono sempre molto interessata, quindi, a chi racconta la dimensione della malattia con occhio attento ai rischi ma anche alle molte opportunità, per esempio quella di non affrontare certe situazioni da soli.
Oggi ho invitato a parlarne Cinzia Pozzi, una laurea in Biologia e una in Global eHealth, giornalista scientifica e scrittrice, che ha da poco pubblicato il suo secondo libro #Malati. Com’è cambiato il nostro modo di stare male (o bene) nell’era dei social network, dedicato proprio all’analisi delle tante modalità del racconto della malattia nel contesto digitale.
Cinzia è autrice anche di un altro libro, Corpi estranei, frutto della sua esperienza clinica e personale, che ora ci racconterà e che è cruciale per comprendere genesi e scopo delle sue inchieste.
Se vuoi conoscerla meglio, la trovi sul suo sito, su Instagram e anche qui su Substack con la sua newsletter Stories di malattia. Scrive anche una newsletter per professionisti della comunicazione sanitaria su Linkedin, si chiama ‘La Salute è Virale’.
Ciao Cinzia, grazie di essere qui. Non posso non iniziare chiedendoti di raccontarci qualcosa sul tuo percorso personale.
Grazie a te per l’invito! E’ un vero piacere poter discutere di ciò che accade dietro le quinte della realizzazione di un saggio – o meglio, due –, soprattutto quando si affronta un tema così intimo e complesso come quello della malattia. Sebbene autori e autrici possano riuscire a raccontarlo anche senza averne esperienza diretta, la convivenza con una diagnosi, quando elaborata, accettata e vissuta con consapevolezza, offre l’opportunità di catturare e svelare alcuni degli aspetti più profondi sul rapporto che abbiamo con il nostro corpo reso vulnerabile da una salute incerta. I miei libri sono nati, infatti, dalla mia storia clinica: ho una malattia cardiaca congenita rara, la tachicardia ventricolare polimorfa catecolaminergica, che espone il mio cuore ad aritmie pericolose, capaci di mandarlo in tilt e arrestarlo improvvisamente. Sono imprevedibili, perciò l’impianto sottopelle di un defibrillatore cardiaco, un dispositivo automatico capace di far ripartire il cuore all’occorrenza, è la terapia d’eccellenza per garantire la sopravvivenza a persone con questo tipo di diagnosi. Quest’ultima arriva spesso con un arresto cardiaco improvviso, come descrivono alcuni noti casi di cronaca di atleti professionisti, ad esempio calciatori o ciclisti, che si sono accasciati durante l’attività sportiva intensa. Lo stesso accadde a mia sorella Monica nel 2008. La sua scomparsa diede il via a indagini approfondite nella mia famiglia, convogliate poi nella mia diagnosi e nell’impianto del mio primo defibrillatore.
Avevo 27 anni, una laurea scientifica che mi forniva le competenze adeguate per comprendere ciò che stava accadendo dal punto di vista medico-sanitario, e stavo muovendo i primi passi nel giornalismo scientifico dopo un master, perciò avevo anche qualche strumento in più per dare il giusto “taglio” a quel nuovo capitolo della mia storia. Eppure tutte quelle risorse non bastarono: mi trovai comunque spiazzata davanti a una diagnosi che era un “per sempre” - perché non ho possibilità di guarigione -, e, per anni, ebbi un rapporto tormentato con quel coinquilino meccanico che mi avevano posizionato nel petto.
“Corpi estranei”, il libro pubblicato nel 2022, è il traguardo di un lungo percorso di cura e crescita personale, costellato di scoperte e conferme. La più importante: non si è mai sufficientemente preparati ad affrontare una malattia. Anche quando esaustive, le informazioni fornite da medici e professionisti della salute sono spesso insufficienti al malato perché si focalizzano sugli aspetti clinici della malattia tralasciando quelli relativi al suo impatto sulla quotidianità. Per questo è fondamentale unire “teoria” e “pratica”, la scienza ai racconti dei pazienti: solo così si può restituire la complessità della malattia, e farla comprendere meglio sia a chi sta male che a chi non la vive in prima persona.
Nel mio primo libro, ad esempio, ho raccolto molte testimonianze di persone con corpi ibridi, ovvero che sono stati “riparati” da tecnologie avanzate tra cui pacemaker, chip neurali o protesi innovative: ho usato queste voci per raccontare come la medicina si è evoluta negli ultimi decenni ed è arrivata a offrire possibilità di cura inimmaginabili prima di ora, ma anche per far luce su come le attuali frontiere terapeutiche spesso mettono in ombra gli aspetti più umani dell’esperienza di malattia. In quelle pagine racconto, ad esempio, l’estraneità che provano molti pazienti verso un corpo non più fatto di sole carne e ossa (a cui, appunto, si ispira il titolo) e le molte sfide per integrarlo in una società che, culturalmente e normativamente, non è ancora pronta ad accettare persone con corpi non conformi.
Per parlare di un argomento così pionieristico, ho capito che serviva un approccio più contemporaneo, diverso da quello del tradizionale saggio divulgativo che, nel nostro Paese, è inteso come un testo che spiega fenomeni complessi in termini digeribili anziché come un’opportunità per raccontare storie che insegnano più di mille definizioni o esempi. Sia con il primo che con il secondo libro, credo di essere riuscita a collocarmi in una nicchia più di ispirazione anglosassone, e ancora poco diffusa in Italia. Ultimamente noto che anche altri autori e autrici si sono aperti a questo tipo di narrazione meno didattica, perciò sono molto contenta di avere già due libri all’attivo che sperimentano questo approccio narrativo.
Come sei passata dal punto di vista del primo libro a quello di #Malati, e quali esperienze ti hanno fornito più spunti e materiali di riflessione e indagine?
C’è un filo che unisce entrambe le opere: il legame tra la salute/malattia e la tecnologia. Da sempre i successi della medicina vanno di pari passo al progresso tecnico-scientifico: è una grande verità che, da non addetti ai lavori e potenziali pazienti, tendiamo a ignorare. Il punto è che la tecnologia non è mai neutra, e porta con sé opportunità ma anche limiti. In “Corpi estranei”, questo è particolarmente evidente nell’ambivalenza delle terapie offerte dai dispositivi impiantabili: se da un lato consentono ad alcuni malati di mitigare o spegnere i sintomi delle loro malattie, dall’altro portano nelle loro vite delle sfide nuove, sia individuali che collettive.
In “#Malati”, invece, la tecnologia è rappresentata da Internet che ha creato nuovi spazi di ascolto, confronto e racconto per chi riceve una diagnosi. Se agli albori del web erano i forum online e i blog di pazienti a guidare la narrazione individuale e pubblica della malattia, oggi sono i social network a raccogliere un numero crescente di testimonianze e confidenze. Anche in questo caso, ci sono luci e ombre che dipendono dalla tecnologia stessa, con le caratteristiche intrinseche delle piattaforme social, e anche dal modo con cui ci relazioniamo ad essa in modo autonomo perché chiunque di noi ha libero accesso a questi canali.
In entrambe le opere sono dovuta uscire dalla mia comfort zone, rappresentata dalla medicina. Ma è soprattutto per l’ultimo libro che ho condotto ricerche approfondite in altri settori tra cui la psicologia, la sociologia, la data science e il marketing: il rapporto tra salute/malattia e social network è, infatti, un tema interdisciplinare. Ne è emersa un’indagine che è come un puzzle, dove unisco teorie, evidenze e ipotesi apparentemente distanti tra loro: ci sono gli studi del sociologo Michael Bury che definì la malattia come l’ “interruzione della biografia” di una persona, mettendo in luce per la prima volta le ricadute individuali profonde di un evento clinico; e quelli più recenti di Sherry Turkle, docente di Harvard, che ha descritto il web come una “zona franca” dove, in alcuni momenti della propria vita, è possibile sperimentare la propria identità, con alcuni benefici ma anche molte trappole; e poi ci sono le ricerche che stanno gradualmente svelando i fattori che influenzano l’informazione sui social network, come le cosiddette echo chambers e le logiche algoritmiche, e quelle che studiano come coinvolgere maggiormente i malati nella gestione della propria salute – un processo chiamato patient engagement. Sono tutti “pezzi” che abitualmente non “parlano” tra loro ma che, incastrati meticolosamente, ricostruiscono e spiegano un fenomeno molto attuale: quello dei pazienti-utenti che parlano della loro malattia online.
Sicuramente a guidare maggiormente il mio lavoro sono state le storie delle persone. Al lavoro di indagine, infatti, ho affiancato un monitoraggio stretto degli ambienti social, analizzando contenuti creati da utenti malati, interagendo con loro e le loro community, cercando di individuare possibili trend, comportamenti e aspettative condivisi. Lo faccio da anni, da quando ho studiato questi aspetti alla facoltà di medicina a Edimburgo, perciò è un po’ difficile stimare quante ore di lavoro sono effettivamente convogliate in questa mia ricerca. Come per ogni libro, prima della parte pratica di indagine e scrittura, che è circoscritta, c’è tutta una fase preparatoria in cui viene gettato il seme di un’idea, lo si lascia sbocciare e crescere finché quest’ultima non è pronta per essere condivisa.
Tra le persone che ci leggono ci sarà sicuramente qualcuno come me o che è vicino a chi convive con una malattia. Mi piacerebbe che la tua testimonianza potesse fornire non tanto dei consigli quanto proprio delle “coordinate” per vivere la propria esperienza sui social, o osservare quella di altri, riconoscendo i sentieri pericolosi e quelli dove invece transitare con maggiore sicurezza. Da questo punto di vista, qual è secondo te il bagaglio minimo di “competenze” ormai necessarie e imprescindibili?
Partirei da qui: non c’è un modo giusto né sbagliato di usare i social network prima o dopo una diagnosi. Qualsiasi esperienza online è del tutto personale, e ciò che può portare benefici a un paziente può essere, invece, dannoso per altri. Come capire, quindi, se andare online per cercare informazioni, compagni di diagnosi o supporto, oppure per raccontarsi in prima persona fa al caso nostro?
Innanzitutto, è bene riconoscere che la malattia ci rende degli utenti più vulnerabili ai contenuti e agli incontri social: anche se pensiamo di essere persone poco influenzabili o impressionabili, in un momento così delicato della vita ciò che si trova online può triggerare facilmente, ed eventualmente condizionare le nostre scelte di salute. Ad esempio, le fasi immediatamente successive a una diagnosi, caratterizzate da grande incertezza e paura, sono quelle in cui è più facile cadere in alcune trappole di disinformazione. Al contrario, l’ecosistema social può risultare meno pericoloso se abbiamo già famigliarizzato con la malattia e siamo in una fase più avanzata di accettazione.
Inoltre, è fondamentale essere consapevoli di come funzionano i social network più popolari come Instagram, YouTube e TikTok che hanno un modello di business basato sulla pubblicità: questo significa che puntano a trattenere gli utenti online tramite, ad esempio, contenuti estremi, polarizzati, emotivi, spettacolarizzati. La malattia è uno di questi, e ciò può portare a delle distorsioni per i pazienti che trascorrono molto tempo in questi ambienti digitali.
Ad esempio, le logiche digitali possono rendere il nostro racconto di malattia meno autentico e spontaneo: se è facile ottenere visibilità quando si parla di malattia, è altrettanto facile perderla quando si smette di farlo e questo può indurci a continuare a esporci anche se non ne abbiamo più voglia/bisogno. Inoltre, per via dell’algoritmo che sceglie i contenuti che vediamo nel feed del nostro profilo, rischiamo la sovraesposizione a contenuti che parlano di malattia: questo può essere stressante o può addirittura peggiorare lo stato di salute, come è stato osservato in chi soffre di disturbi del comportamento alimentare.
Va infine considerato il discorso della privacy a cui i pazienti e tutti noi utenti in generale raramente pensiamo. Ciò che si posta su Internet è per sempre: significa che, un giorno, sconosciuti, datori di lavoro o altri sapranno che siamo o siamo stati malati. E’ davvero questo ciò che vogliamo?
Intervallo “apriamo un attimo le finestre” e poi i consigli del mese.
Noi qui proviamo a lasciare fuori per un po’ i bollori della vita, tenendo le finestre accostate e facendo la “controra” (qui ho spiegato perché). Apro per qualche secondo le imposte perché non vorrei che pensassi che io stia ignorando il delirio che ci circonda. Non faccio altro che chiedermi di quanto si alzerà oggi, domani o anche solo tra un’ora l’asticella del consentito e del tollerabile. Mentre scrivo, per esempio, essendo scomparsa la categoria delle cose implausibili, mi ritrovo a immaginare che il matto in chief si svegli una mattina e decida che la minaccia alla sicurezza nazionale siamo noi, europei che detesta e sopporta con evidente fastidio. Non proprio e non più un evento fantascientifico.
D’altra parte il National Security Strategy (NSS) pubblicato a dicembre è stato eloquente. Cito da Appunti: “la parola «Western Hemisphere» compare tredici volte in 29 pagine, mentre, per esempio, «European Union» vi si trova una sola volta, per accusarla, tra l’altro, di «minare le libertà politiche e la sovranità”.
L’Europa, nel frattempo, “monitora” e tutto sommato non si sa bene cos’altro potrebbe fare, muovendosi in un perimetro di norme e logiche che appartengono a un altro mondo e che sono armi spuntate rispetto agli attacchi già in corso, per esempio quello del cognitive warfare, concetto che puoi approfondire facendoti venire i capelli dritti qui.
E il/la Presidente della nostra Nazione che fa? Oscilla tra adulazioni ai bulli, battute con cipiglio incazzoso, equilibrismi funambolici e tecnica dell’opossum. Non so se ti ricorda qualcosa:

Detto questo, dopo averne letto il cinematografico resoconto di Daniele Raineri, il mio commento di alto livello geopolitico alla recente cattura di Maduro è lo stesso di Zelenski: allora vedi che quando vogliono le cose le fanno. Corro a modificare il mio tweet di luglio 2024 e poi richiudo le finestre.
Cose da cliccare, guardare, gustare, salvare
🖋 Newsletter
I perdibili, di Arnaldo Greco (che conosci già se hai letto questa Controra natalizia). Come è noto, ogni cosa parla di noi; o per lo meno così ci piace pensare anche per sentirci libere di giudicare senza alcuna obiettività. E quindi io già mi ero un po’ offesa quando è uscito E anche scrittore, una deliziosa presa in gi disamina di tutti quelli che una mattina si sono svegliati e che, invece di mandare avanti la baracca facendo il proprio, si sono percepiti Carver, Fallaci, Svevo o Casati Modigliani (a seconda dei gusti). Ma nella mia magnanimità ne ho parlato bene da tutte le parti, fingendo di non averla presa sul personale. Ora Greco insiste nel perculamento creando la più utile delle newsletter, che è ovviamente l’opposto della mia - talmente lunga che dura un mese - perché il tempo te lo fa risparmiare. E che ti devo dire, il tempo è la merce di scambio più preziosa che c’è, per cui la mia onestà intellettuale mi impone di consigliarti assolutamente di leggerla.
Se invece preferisci l’approccio prolisso, condividi Controra con persone che potrebbero apprezzarla, è gratis! Oppure aiutami a riempire il salvadanaio dedicato a libri e abbonamenti vari. Arriva fino in fondo, supera le ultime casette e leggi come.
📚 Letture
La lunga marcia, Stephen King.
A proposito di fare un passo dopo l’altro, ho riletto dopo decenni questo classico di King, in cui cento volontari si sfidano in una marcia senza soste, a piedi, dal Canada a Boston, fino a che non rimane in piedi - nel senso di vivo - solo il vincitore. Come tutti i classici, è molto adatto a raccontare da una prospettiva distopica (parola che sta ormai perdendo di senso) un’America violenta, guidata da regole insensate e dalla sopraffazione come unico mezzo riconosciuto per progredire. Verso cosa, meglio non chiederselo. Se lo leggi adesso, farai in tempo ad arrivare preparato al film, che uscirà in Italia a febbraio e di cui si dice un gran bene.
E poi. Anche nel 2026 continuerà il mio trend “basta con è tutto bello, capolavoro, Pulitzer” che ho dato mandato di avviare già da un paio di mesi alla mia amica Alessandra, l’unica a cui potevo affidare l’incarico visto che credo legga più libri di me e di te e degli altri duemila e rotti amici di Controra messi insieme. Vedi che anche io un po’ di tempo (e soldi) magari te li faccio risparmiare. Le lascio la parola.
Long live the read! 👑
di Alessandra Gennaro
👍🏻ma anche👎🏻Lily King, Cuore l’innamorato
Partiamo da una domanda, anzi da due. La prima. Mi è piaciuto, questo romanzo? Certamente sì. La seconda. È un capolavoro, come dicono praticamente tutte le recensioni che ho letto finora? Assolutamente no.
Il resto sta tutto in questo grande, poliforme, meraviglioso “mezzo” in cui noi lettori possiamo fare esperienza di lettura lasciandoci coinvolgere, commuovere, emozionare, e farlo in modo esclusivamente nostro: perché niente e nessuno può privarci della relazione tutta privata e personalissima che si instaura ogni volta fra noi e quello che stiamo leggendo. E pazienza se non sarà un capolavoro, il romanzo sulle cui pagine facciamo notte: semplicemente, abbiamo trovato il libro giusto al momento giusto e, credimi, è una gran cosa.
Tutta questa pappardella per dirti che Cuore l’Innamorato è, oggettivamente, un romanzo con qualche difetto, specialmente se confrontato con la precedente fatica dell’ autrice, una prova decisamente meglio riuscita. In questa lunga storia d’amore che inizia ai tempi del college e finisce in un ospedale e che ha il cuore come protagonista principale - un cuore che trabocca di amore, di passione, di paure, di insicurezze, di rimpianti e di rimorsi - tutto è giocato sul tema dell’ incomunicabilità: il non detto dei ragazzini si appesantisce come un macigno, a mano a mano che crescono, finendo per soffocare la trama e costringendo l’autrice a pescare nei registri più triti della lacrima facile. Da una prima parte delicata, gentile, commovente si passa prima ad una sezione di raccordo che scricchiola come una giuntura non oliata e poi al feuilleton finale, dove la King perde clamorosamente il filo, del discorso e della plausibilità.
Ciononostante, come dicevo, ho fatto notte per finirlo, cosa che non mi capitava da un po’ e alla fine il mio cuore inaridito da vecchia toffee-nosed era tutto da strizzare. Perché la King è brava, conosce a menadito tutti i trucchi e a volte capita di voler chiudere l’occhio critico che ti avvisa del pericolo e scegliere invece di cascarci. E io ci sono cascata. Ma il capolavoro è un’ altra cosa.
📺 Schermi
My father used to say, “I can’t wait to get old. For my mind to soften. For my memories to rot away. The hardest thing to do is forget. Forget the scars life gives yo, forget the scars you gave others. The challenge, though, is hiding a few memories worth keeping from your dying mind.” He told me to keep a journal, and only write down the good things. Then when the bad things fade away, you can read about the happy life you had.
E’ da poco su Paramount + la quarta stagione della straordinaria Mayor of Kingstown, scritta, prodotta e recitata in maniera eccellente.
Jeremy Renner, molto più bravo e in parte qui che non con l’arco di Hawkeye in mano, interpreta Mike McLusky, suo malgrado sindaco - per così dire - di una immaginaria città avvolta dal fumo delle fabbriche e oppressa dal marciume della corruzione e dalla violenza. Mike è un ex galeotto, e il suo curriculum vitae di criminale mai redento nel senso classico del termine è funzionale al suo ruolo di garante di un equilibrio precario e complicatissimo, quello tra la città, la prigione che ne domina il panorama e le forze di polizia. E’ una serie molto cruda, violenta e complicata che potrebbe piacerti se hai amato The Wire, che un po’ la ricorda per le atmosfere e la quasi totale assenza di speranza e fiducia. E’ da tanto che volevo parlartene, aspettavo solo il momento adatto, e quale momento migliore di questo per distrarsi dal macello imperante usando il simile con il simile, che è un po’ il mio mantra, come ho spiegato qui:
A questo punto di solito ti ricordo che puoi chiudere Controra e rileggerla quando avrai tempo. Mi dicono che sia ottima in pausa pranzo.
🎙 Podcast
Progetto Cassandra, Chora Media.
Visto che stiamo parlando di cose implausibili divenute normalità, forse non ci stupiremmo più di tanto se anche a noi accadesse quello che è raccontato in questo podcast di Chora Media, prodotto in collaborazione con l’Università di Padova per il National Biodiversity Future Center. Immagina di lavorare nella redazione di una media company e ricevere misteriosi e strani messaggi che sembrano provenire dal nostro mondo ma parlano di epidemie e catastrofi a noi ignote. L’indagine che porta allo svelamento del mittente di questi messaggi è un misto di fiction investigativa e divulgazione incredibilmente verosimile. Il podcast è scritto da Simone Clemente e Leonardo Mazzeo, autore di una delle mie newsletter preferite qui su Substack e al quale ho fatto una domanda.
Ciao Leonardo, ascoltando il podcast ho provato due sensazioni prevalenti. La prima era quanto mi sembrasse tutto assolutamente plausibile, segno che l’asticella del “distopico” si è definitivamente abbassata. La seconda è stato il sollievo rispetto alla consapevolezza che forse siamo ancora in tempo per cambiare quello che sembra un futuro irreparabile. Tu e le altre persone coinvolte nel progetto avrete forse provato qualcosa di simile. Com’è stato scrivere e poi “recitare” questa storia?
Sì, anche noi scrivendo e raccontando il podcast ci siamo ritrovati in qualche modo immersi nel futuro. E le distopie raccontate, in effetti, non sono poi così irrealistiche. Se fosse tra noi ancora oggi, sono sicuro che Asimov avrebbe molto materiale per i suoi romanzi.
Questo forse è stato uno dei trigger più forti, per noi: ci siamo trovati a raccontare avvenimenti futuristici, certo, ma anche molto concreti. Non dico che possiamo vederli all’orizzonte, ma non siamo lontanissimi da quelle prospettive che ci hanno raccontato i colleghi dal 2050: alluvioni, riscaldamento dei mari, zoonosi.
Il nostro intento, però, non era allarmistico: tutt’altro. L’obiettivo era dare speranza, dire che abbiamo tutti i mezzi a disposizione per invertire la rotta, o quantomeno per mitigare gli effetti delle nostre azioni. In alcuni casi lo stiamo già facendo, con successo, e questo ci dà fiducia.
Devo dire, comunque, che ci siamo divertiti parecchio nel realizzare Progetto Cassandra, sia nella fase di scrittura che in quella di recitazione. Era il primo mockumentary di Chora e siamo contenti di come sia uscito fuori. Abbiamo ricevuto anche tanti feedback positivi e questo ci fa immensamente piacere. Adesso non resta che vedere cosa succederà da qui al 2050.
🔗 E siamo ai link:
ricordati di dare il giusto risalto a ognuno di quei passi che sei riuscita a fare; per esempio così
anche perché a volte una lista può trasformarsi in qualcosa di molto più grande
è giusto affrontare quella lista dandoti il giusto tempo, ma attenzione a non procrastinare troppo perché farlo ha un costo!
sei già alla frutta e non sai come rimediare? Il motto di Controra è ri-prendersi il proprio tempo, e qui trovi una bella ispirazione
ti vedo che se hai un buco tra un cm e l’altro lo riempi di impegni, altrimenti ti senti in colpa. Ho molto riso leggendo Gianluca Diegoli a proposito di questo
peraltro: siamo sicure che ci serva avere un hobby?
comunque, se nella tua lunga strada un passo alla volta verso la meta ti chiederai come fare a ottenere quello che vuoi, bè, una risposta potrebbe essere chiederlo
e, ovviamente, essere sanamente egoista
infine: pochissimi buoni propositi di gennaio e consigli su come iniziare o ricominciare potranno essere migliori di questo di Gabriele Palumbo (ego deplection, grande definizione che mi ha fatto partire per la tangente delle ricerche online; te l’ho detto che le parole sono ponti).
Ti saluto con il consueto screenshot finale:
Spero che tu ce l’abbia ancora questo coraggio, è il nostro carburante.
Grazie di avere letto fino a qui. Ti aspetto nella prossima Stanza degli ospiti; con me ci sarà una persona che di cicatrici se ne intende.
Stammi bene 🌸
L’immagine di copertina di questa Controra è il cielo di Roma, una delle poche cose per cui valga la pena guardare in su mentre si scala la montagna. L’ispirazione per il titolo me l’ha data Alessandro Loppi, qui.
I perché e i percome di Controra li trovi qui (compresa la mia posizione sull’uso dei generi nella scrittura).
Controra è gratuita, ma richiede tantissimo lavoro. Puoi decidere di darmi una mano condividendola in questo modo e facendo quella cosa del caffè, anche offrendomelo ogni mese, se vuoi. La tua generosità mi aiuterà con le spese di abbonamento alle decine di fonti che leggo per scriverla (se cogli la citazione ti voglio molto bene!).
E se vuoi scrivermi io rispondo sempre, con tanta contentezza.
Le illustrazioni che rendono Controra molto bella sono di Alice Fadda ✏
immaginami usare il tono compiaciuto di chi ha una laurea vecchio ordinamento in Lettere ed è quindi abituata alle bibliografie sterminate, roba che oggi scatenerebbe valanghe di post indignatissimi sui social e interrogazioni parlamentari
se vuoi approfondire la storia del mio metodo puoi leggere questa Controra vintage che era molto diversa, un po’ troppo pasticciata e viveva su una piattaforma diversa. Spero di essere migliorata da allora:











Io ho iniziato 4 quaderni da inizio anno, é l’anno giusto per iniziarne altri, non li mettere nel cassetto quelli della foto, nel cassetto ne hai già altri, è pieno! Iniziali anche tu 🩵
Bella controra, davvero.