CONTRORA #35
Un Natale riluttante.
Dicembre. Doveva succedere prima o poi di arrivare a Natale con lo stesso entusiasmo di quando devo lavare i capelli; ma davvero, non come gli altri anni in cui in fondo non vedevo l’ora di tirare fuori i miei decori. A quanto leggo da giorni su Substack, la sensazione è comune a molte persone.
Avrà certamente influito il fatto che hanno iniziato a scassare l’anima con i jingle già a settembre (potremmo almeno fingere che non sia tutto e solo consumismo? mi fate respirare tra una festa e l’altra? grazie).
O il fatto che le famiglie si rimpiccioliscono sempre di più, e i bambini non sono più bambini.
Ma più di tutto credo dipenda dal fatto che devo tollerare talmente tante cose che non voglio ci sia altro che interrompa la mia routine salva vita, che consiste sostanzialmente nel “lavoro e poi mollatemi, voglio stare sul divano a non fare nulla di più impegnativo del reggere il telecomando”.
Per chi scrive una newsletter come la mia, in questi casi ci sono due opzioni: saltare il mese in preda ai sensi di colpa (anche per tutto il lavoro preparatorio e di ricerca già svolto, come leggerai più avanti), oppure invitare un sacco di gente che ti tiri su il morale e ti dia una mano. E quindi, eccoci qua, tutti insieme appassionatamente a cercare di tirarne fuori qualcosa di buono (e utile).
Cominciamo dai, stavolta con musichetta di sottofondo:
Parliamone (di come rendere questo Natale un po’ meno “devo farlo per forza”)
Quando sono in queste situazioni di pazienza precaria, mi rifugio sempre nel gruppo, per farmi coraggio.
Il primo Natale di Controra l’ho trascorso addobbando un albero virtuale insieme a tanti amici e amiche, ognuno con la sua pallina speciale.
Il secondo Natale l’ho passato offrendo consulenze virtuali in stile Controra, e cioè consigliando contenuti perfetti per quella o quell’altra persona.
Se vuoi qualche spunto in più, puoi recuperare le uscite natalizie precedenti perché, come dico spesso, non scadono. Quest’anno ti suggerirò come usare i tuoi soldi e il tuo tempo dandoti qualche idea a cui magari non avevi pensato, ma soprattutto raccontandoti chi c’è dietro la schermata “Paga con Pay Pal” o dietro un post sui social. Sono mesi che mi do da fare per selezionare le cose che ti dirò, un po’ con questo piglio:
Per iniziare, facciamoci una passeggiata che rinvigorisca corpo e spirito.
🚪Fuori dalla bolla
In questa rubrica usciamo di casa e andiamo a passeggiare in un posto poco conosciuto per approfondire un tema che mi interessa, e che spero interessi anche a te. Vuoi propormene uno? Scrivimi!
Li sento da qui i tuoi lamenti sul non avere tempo per fare nulla, figuriamoci i regali: “Siamo solo a dicembre e già non ce la faccio più, troppo lavoro, troppi impegni”, ecc., ecc. Ora io non vorrei infierire, ma prova ad aprire il tuo smartphone e controlla le ore di utilizzo dei social. Se superano le due ore al giorno, magari almeno una potresti trascorrerla facendo altro: per esempio del movimento, socializzare con le persone nella vita vera, dare sfogo alla tua creatività, non spendere un soldo in cose inutili e, contemporaneamente, magari fare anche un po’ felice chi sta vivendo un momento di fragilità. Oggi ho invitato qui una persona che può consigliarti almeno un modo per fare tutte le cose che ti ho detto, e sentirti davvero bene.
Luca Brancato, amico e collega, offre un po’ del suo tempo libero a Pagliacci nel cuore, un’associazione di volontariato attiva nel vercellese che si occupa di clownterapia in ospedali, case di riposo, case famiglia e altri contesti in cui serva portare un sorriso a supporto di chi soffre. Non sapendone molto, gli ho chiesto di spiegarci come opera l’Associazione (che trovi anche su Instagram e Facebook); potrai farti anche tu un’idea e, se ti va, partecipare o supportare questa o altre iniziative simili nel tuo territorio.
Ciao Luca, e benvenuto in Controra. Raccontaci chi sei e cosa fai nella vita.
Ciao Stefania, grazie, è davvero un piacere essere tuo ospite. Ho 54 anni e lavoro come impiegato all’Università del Piemonte Orientale, occupandomi di gestione del personale. Sono siciliano, ma vivo a Olcenengo, un paesino a pochi km da Vercelli, ormai da tempo immemorabile. Nel tempo libero mi divido tra il teatro, il padel e - appunto - l’attività di “clownterapeuta”.
Quando hai conosciuto Pagliacci nel cuore e come funzionano le attività?
Tre anni fa, molto dubbioso ma al contempo curioso, mi sono iscritto al corso di formazione e mi sono immediatamente innamorato dalla passione di cui mi sono visto circondato. Correva una bellissima energia con le formatrici e con le mie compagne e i miei compagni di corso. La mia lunga esperienza teatrale mi rendeva molto facile essere aperto verso di loro - il lavoro su me stesso non è stato per niente una novità - ma al contempo mi rendevo conto chiaramente della differenza tra le due esperienze, ovvero tra l’esserci per il bisogno di esprimere sé stessi e l’esserci per la voglia di aiutare gli altri. In quei giorni ho semplicemente conosciuto un modo nuovo di esprimere me stesso; o meglio il modo di esprimermi non era molto diverso, ma diversi erano finalità e destinatari.
Per quanto riguarda le attività, premetto che in associazione al momento siamo 39 clown a cui si aggiungono 6 tirocinanti, avendo ultimato da poco il corso di formazione.
Tutte le domeniche mattina un gruppo di volontari (non sempre gli stessi, si cambia) si reca in ospedale a Vercelli (abbiamo una convenzione in essere con la struttura, ovviamente) e per prima cosa fa visita ai bimbi in pediatria. Si sta lì tutto il tempo necessario e, se avanza tempo, si passa ai bimbi “cresciuti” da 19 a 99 anni (o anche più), negli altri reparti. La regola è comunque sempre dedicare tutto il tempo necessario a ciascun paziente, mai fare di fretta; al limite si recuperano i reparti non visitati la domenica o le domeniche successive.
Due sabati al mese si vanno a trovare i nonnini in casa di riposo. Giriamo diverse Strutture dislocate in Piemonte. Ti giuro che è incredibile quanto poco basta per renderli felici: ci dice chi ci lavora che gli effetti benefici della nostra visita durano per giorni.
Andiamo a trovare i bimbi sfortunati ospitati nelle case famiglia (e con che entusiasmo ci accolgono!).
Andiamo a trovare gli ospiti delle Strutture per disabili (ci trattano da supereroi perché non sanno che i veri supereroi sono loro).
Partecipiamo poi con nostri stand ad eventi di vario genere a Vercelli e non solo (es. mercatini di Natale, eventi estivi all’aperto come la Fattoria in Città a Vercelli, ecc. …);
Presentiamo la nostra associazione nelle scuole, per promuovere la nostra attività e sensibilizzare i giovani verso il volontariato.
E poi facciamo anche un’altra cosa che ti racconto dopo…

Immagino che il coinvolgimento emotivo in queste attività sia altissimo. Sono necessarie attitudini o capacità particolari, e come fare per partecipare? Ci sono corsi da seguire?
Si, a volte emotivamente è dura. Io per esempio faccio molta fatica a tollerare la sofferenza dei bambini, fisica o psicologica che sia, e ho difficoltà a rapportarmi con la disabilità. Però non si è mai da soli, ogni clown deve rapportarsi con il paziente insieme ad almeno un compagno, regola imprescindibile. Alla fine di ogni servizio c’è sempre un momento di briefing, nel corso del quale condividere le emozioni provate e confrontarsi sui momenti di difficoltà.
Attitudini o capacità? Ognuno di noi potrebbe darti una risposta diversa a questa domanda. A mio avviso quello che non può mancare è la sensibilità, la capacità di capire il momento e la persona che si ha davanti, o rendersi conto di quanto avanti ti puoi spingere, ad esempio, davanti a un rifiuto del tuo intervento. Voglio dire che ti chiedi: mi sta davvero rifiutando o in realtà vuole che io intervenga, magari senza esserne pienamente cosciente? Alcuni di noi sono bravissimi in questo, e non è affatto scontato. Ascolto, ecco…e poi be’, su quella base si costruisce il proprio clown. Per esempio io, che mi chiamo Dott. Dondolo, da medico specializzato in “allegrologia”, visito il paziente e poi scrivo ricette assurde… Ma ognuno di noi (tutti devono darsi un nome da clown e indossare un camice bello colorato, è obbligo da Statuto!) ha sviluppato una propria abilità: c’è chi è bravo con i palloncini, chi con il truccabimbi, chi si esibisce in giochi di magia, chi suona la chitarra, chi canta e fa cantare, chi sa far ridere…e poi c’è chi ha il dono più prezioso di tutti, ovvero saper trovare le parole giuste per alleviare per un momento il dolore del prossimo. Vi assicuro che in certi casi è difficilissimo perché certe situazioni o anche certi racconti ti lasciano di sasso, e ci sono compagni a cui invidio questo talento naturale.
Per diventare parte dell’associazione come volontario in corsia occorre essere maggiorenni ed effettuare un colloquio con le formatrici, in presenza di uno psicologo. Poi, come ho accennato sopra, frequentare un corso di formazione della durata di due fine settimana, più una serata infrasettimanale nella quale si ascoltano alcune testimonianze di pazienti e medici o responsabili delle Strutture visitate, nonché di alcuni clown esperti. In caso di esito positivo dell’esperienza, segue un tirocinio di sei mesi in cui i tirocinanti sono sempre affiancati da clown esperti. Trascorsi i sei mesi i tirocinanti affrontano un colloquio finale con le formatrici; in caso di esito positivo, il tirocinante diventa clown a tutti gli effetti.
Parlaci di una giornata che ti è rimasta particolarmente impressa, e perché.
Be’, bene o male ogni giornata ti lascia qualcosa di importante. Personalmente amo quelle movimentate da altalene di emozioni, ma non tutti la pensano come me, è una questione di indole. Se devo proprio scegliere, allora la giornata che mi è rimasta più impressa è legata all’attività di cui non ti ho ancora parlato. Ogni anno, nell’ultima domenica di settembre, la nostra associazione organizza un evento completamente suo: la “Camminata senza barriere”. Si tratta di una passeggiata di circa 4 km per il centro di Vercelli, aperta a tutti: uomini e donne, bambini e anziani, amici in carrozzina, amici a quattro zampe e chi più ne ha più ne metta. La regola è: ci si adatta al passo del più lento della compagnia! C’è una quota di iscrizione ma il ricavato non va a sostenere la nostra associazione: lo destiniamo sempre ad altre associazioni di volontariato, arrotondando anche la cifra con una piccola integrazione dal nostro conto. Ricordo che ci fu un anno in cui tutto fu particolarmente emozionante (e faticoso…). Quella la considero la “mia” camminata. Prima la preoccupazione per le previsioni meteo decisamente avverse, poi la pioggia abbondante del giorno prima che ci costrinse a una levataccia alle 5 del mattino della domenica per i preparativi forzatamente saltati il sabato. E poi alle 9 le nuvole che spariscono e il cielo più azzurro che mai. Dopodiché, in 300, si parte festosi e casinisti, ancora più del solito, a colorare le strade e la mattina dei nostri amici meno fortunati. Un serpentone di allegria lungo un km. I tuoi lettori e le tue lettrici possono farsi un’idea della camminata guardando il video dell’arrivo, riferito al 2024. Ogni anno è molto emozionante e divertente, ma a rimanermi impressa è stata soprattutto quella volta.
Il supporto delle istituzioni locali e dei privati è fondamentale per la sopravvivenza di associazioni come la vostra. Chi volesse aiutarvi o proporre qualche iniziativa, come può farlo?
Assolutamente indispensabile! Noi non possiamo ricevere contributi direttamente dai pazienti in Struttura, ma solo in occasione di eventi oppure tramite donazioni volontarie sul conto corrente INTESA SAN PAOLO IT38V0306909606100000407114. Inoltre è possibile destinare il 5x1000 al C.F. 94035740029.
Quanto alle iniziative, siamo aperti a ogni forma di collaborazione purché attinente ai nostri scopi sociali, compatibilmente con il grande numero di proposte e richieste che già riceviamo in merito. Chi volesse proporsi può scrivere alla email ipagliaccinelcuore@gmail.com
Grazie Luca, Controra sarà sempre disponibile se vorrai venire ancora qui a raccontarci come vanno le cose.
Intervallo citazione1
“A Natale son tutti più buoni. È il prima e il dopo che mi preoccupa.”
E ora pensiamo a un altro genere di regali.
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📚 Un libro
Prosegue il mio tentativo di leggere più saggistica, tenendo una pila di libri accanto al portatile e facendo salutari pause dal lavoro sfogliando qualche pagina invece che dandomi allo scroll rimambente. A proposito di questo, è uscita da poco un libro che capita a fagiolo; e dato che il problema numero uno delle feste è a chi regalare cosa, ti lascio anche un consiglio ad hoc direttamente dall’autore.
Sommersi, di Mattia Marangon mi sembra una lettura adatta sia a chi, come me, si interessa da anni ai discorsi sui meccanismi che regolano le piattaforme social, sia a chi vuole approcciarsi alla materia gigantesca senza esserne sopraffatto/a. Ho chiesto a Mattia, divulgatore e autore della newsletter Edamame, che leggo sempre con molto interesse, di dirmi chi secondo lui è la persona perfetta a cui regalare il suo libro:
Credo che la persona perfetta a cui regalare Sommersi sia chiunque utilizzi i social network. Certo, sono consapevole che quindi siamo un po’ tutti noi, ma è proprio questo il punto: non è un libro “per addetti ai lavori”, è per chi ogni giorno scorre, clicca, reagisce, spesso senza sapere davvero perché.
Il tema centrale è la consapevolezza digitale, che da una parte significa conoscere le piattaforme o gli algoritmi, ma dall’altra significa capire come ci comportiamo noi dentro di essi. Come ci stiamo abituando a vivere con una parte di noi costantemente online, e come provare a riprendere fiato senza per forza disconnetterci.
L’ho scritto pensando a chi vuole capire perché ci sentiamo così stanchi anche quando non abbiamo fatto nulla ma solamente scrollato per qualche ora, e a chi sente che il nostro modo di vivere il mondo online stia manipolando anche la nostra vita reale, ciò che pensiamo, ciò che crediamo.
Alla fine di tutto, però, Sommersi non è “contro” i social, ma è un libro per chi vuole imparare a nuotare dentro di loro, senza farsi trascinare a fondo.
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🖼️ Un’illustrazione
Ho conosciuto virtualmente Lorenzo Tomacelli a gennaio del 2021, in piena pandemia; vagando su Instagram per distrarmi dalla paura e dal tedio, ho visto un’illustrazione bellissima e ho deciso di acquistarla e appenderla sul mio letto, come oggetto fortemente consolatorio:
Solo dopo ho scoperto che con lui condividevo le origini pugliesi; non a caso, quindi, mi sono regalata un’altra sua opera per festeggiare la prima uscita di Controra. L’ho invitato qui oggi per farti conoscere il suo stile e la sua sensibilità, e anche per condividere con te alcune riflessioni che ci siamo scambiati nel tempo.
Questo è il mio modo di supportare talenti come il suo anche riflettendo insieme su alcuni aspetti delle professioni artigianali, che spesso sfuggono al pubblico.
Lorenzo lo trovi su Instagram e sul suo shop on line, dove potrai regalarti o regalare una delle sue opere.
Ciao Lorenzo, benvenuto. Raccontaci qualcosa di te, cosa fai nella vita e qual è il tuo “mondo” espressivo.
Ciao Stefania!
Grazie di cuore per questo spazio, la cura e l’attenzione che ci dedichi sono davvero tangibili e rendono ogni confronto speciale. Mi definisco disegnatore e illustratore: dal 2015 collaboro con diverse realtà legate al mondo del food, dell’editoria per ragazzi e della pubblicità, ambiti che mi permettono di sperimentare linguaggi visivi sempre nuovi. Disegnare è per me una necessità oltre che un lavoro, un modo per raccontare storie e dare forma a emozioni e idee. Ho iniziato con carta e pastelli, che ancora oggi considero strumenti insostituibili, ma con il tempo ho perfezionato la mia tecnica attraverso l’uso della tavoletta grafica e del computer, che mi hanno aperto a possibilità infinite in termini di colore, composizione e rapidità di realizzazione.
Porto con me un’eredità familiare importante: sono un “nipote d’arte”. Mio nonno, di cui porto il nome, insieme a mia nonna Emanuela, fondò nei primi anni Settanta una stamperia d’arte-galleria a Cerignola, in Puglia, dopo un periodo di lavoro come grafico a Torino. Il loro progetto divenne un punto di riferimento, e nel corso degli anni ebbero la fortuna di collaborare con numerosi artisti, producendo multipli serigrafici che circolarono ben oltre i confini della nostra città. Crescere in quell’ambiente ha significato respirare quotidianamente l’aria dell’arte, osservare tecniche, materiali e conversazioni che hanno inciso profondamente sul mio modo di vedere il mondo e sul mio desiderio di intraprendere questo percorso creativo.
La mia formazione accademica si è consolidata con gli studi in storia dell’arte presso l’Università di Bari “Aldo Moro”, dove ho approfondito il rapporto tra immagine, società e memoria culturale. Oggi insegno storia dell’arte nelle scuole superiori di secondo grado, un’esperienza che considero preziosa perché mi permette di trasmettere ai ragazzi non solo conoscenze ma anche la passione per il patrimonio artistico, cercando di stimolare in loro uno sguardo critico e sensibile.
Parallelamente, mi occupo con dedizione della valorizzazione della mia casa-studio: un palazzo di fine Ottocento situato nel centro antico di Cerignola. Questo spazio, che custodisce memoria e bellezza architettonica, è diventato per me non solo luogo di lavoro ma anche di incontro e di ricerca. Lo curo come un organismo vivo, che riflette la mia identità e accoglie progetti, idee e momenti di condivisione.
Qualche tempo fa su Instagram hai parlato delle difficoltà di svolgere una professione artigianale come la tua, tra amministrazioni locali miopi, zero compensi e altre cose davvero offensive. In una Controra tutta pugliese ho raccolto la testimonianza di una persona che con tutte le sue forze si batte per mantenere vivi i piccoli paesi del Salento, lavorando per favorire “restanze” e ritorni. Ecco, la tua esperienza purtroppo dimostra come spesso questi termini restano parole vuote.
È un atteggiamento davvero frustrante, perché la cosa che molte persone non riescono a comprendere è la lentezza, la cura e la dedizione di cui molte cose hanno bisogno. Viviamo in un momento storico in cui basta inserire la giusta richiesta su Chat GPT o su un qualsiasi altro generatore per ottenere in pochi secondi un’immagine “bella”, ben rifinita e apparentemente completa. Questo, però, rischia di farci dimenticare che l’artigianalità ha un valore che non può essere sostituito: bisognerebbe educare alla consapevolezza che alcune cose richiedono tempo, attenzione e presenza.
Per questo, da parte mia, sto cercando di raccontare e mostrare con più chiarezza il mio processo di lavoro, sia di persona che online, per far capire quanta complessità e quanti passaggi si celino dietro una singola illustrazione. Come ti accennavo, tutto inizia con una bozza su carta: un gesto ancora istintivo e manuale, che mi permette di dare forma immediata all’idea. Poi fotografo il disegno e lo importo nella tavoletta grafica, dove inizia una fase di elaborazione più tecnica, fatta di linee precise, correzioni e dettagli che prendono vita poco a poco. Completo l’opera in digitale, lavorando su colore, texture e armonie, fino a raggiungere un equilibrio soddisfacente.
Il lavoro non finisce lì: stampo l’immagine su carta di alta qualità, perché il contatto fisico con il materiale è per me parte integrante del risultato. Infine, intervengo ancora una volta a mano, ritoccando con acquerello, sfumature e piccole aggiunte che rendono ogni pezzo unico, irripetibile. E tutto questo senza considerare la fase più silenziosa ma essenziale: l’ispirazione e la progettualità, che maturano dentro di me prima ancora di impugnare una matita.
So che questo percorso è lungo, faticoso e richiede un’energia che spesso non si vede a colpo d’occhio, ma sono convinto che valga la pena insistere.
Grazie Lorenzo, ne sono convinta anche io.
A questo punto di solito ti ricordo che puoi chiudere Controra e rileggerla quando avrai tempo, ma se sei ancora in alto mare con i regali, vai avanti almeno fino alla sezione dei link!
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🧦 Le (immancabili, ma non le solite) calze
Qualche anno fa, ho lanciato su Instagram una ricerca di mercato nel tentativo disperato di trovare dei calzini decenti che a) non si bucassero dopo due indossi b) non cadessero c) non costassero un rene. Devo ringraziare chi mi ha fatto conoscere Liana Biagini di Bipici calze che da allora non ho più lasciato. Se vuoi regalarti o regalare delle calze belle, comode, calde d’inverno e fresche d’estate, e resistenti anche ai lavaggi sbagliati (🙋🏻♀️), puoi trovarle qui.
Detto questo, oggi mi faceva piacere anche farti conoscere la persona dietro al prodotto; come ho già detto il mese scorso, c’è un certo storytelling di chi ti vuole vendere le cose che non funziona più, proviamo a sostituirlo con le storie vere. Lascio la parola a Liana:
Mi chiamo Liana, e dal 1989, insieme a mio marito Marco, puoi trovarmi al mercato dietro al mio banco specializzato in calze. Dalle calze da lavoro e da montagna a quelle più eleganti, dai classici calzettoni al ginocchio ai collant e gambaletti, passando per le calze sportive e tecniche più adatte alle varie attività e a quelle più “stilose”, abbiamo sempre cercato di garantire un prodotto molto diversificato per incontrare i bisogni di chi viene a trovarci.
Le calze non sono state il nostro primo prodotto esclusivo. Quando abbiamo iniziato, infatti, ci eravamo legati molto alla stagionalità proponendo calze in inverno e costumi da bagno in estate. Dopo qualche anno ci siamo resi conto che concentrarci su un singolo prodotto ci avrebbe permesso di specializzarci meglio e poter migliorare la nostra esperienza nel trattarlo, di conseguenza abbiamo dedicato la nostra attività totalmente alle calze scoprendo tutte le varianti da abbinare alle varie stagioni.
Da subito ci siamo dati una regola: avremmo puntato su produttori italiani che garantissero filati di alta qualità, un prodotto che sarebbe durato nel tempo e soprattutto dei materiali sani e adeguati al contatto con la pelle. Ci siamo quindi affidati a diversi calzifici italiani, alcuni storici altri poco conosciuti o nati da poco a cui abbiamo dato fiducia, che ci hanno accompagnato attraverso i nostri mercati, le fiere e (negli ultimi anni) l’on-line.
Gli anni 2000 sono stati particolarmente difficili, la crisi generale ha portato tanti calzifici a chiudere, e prodotti stranieri di bassa qualità hanno invaso il mercato intraprendendo una gara al prezzo più basso in cui, con i nostri materiali ricercati e la disinformazione dilagante tra gli acquirenti (molti tutt’ora guardano solo al prezzo e non all’effettiva qualità di un prodotto), non potevamo competere. Il mercato era diventato difficilissimo e io e Marco ci guardavamo negli occhi senza sapere bene cosa fare del nostro lavoro e del nostro futuro e come questa crisi avrebbe impattato sulla nostra famiglia.
In quel momento di incertezza, l’incontro con i proprietari di un piccolo calzificio a conduzione familiare che giravano i mercati alla ricerca di qualcuno come noi con cui collaborare, ha cambiato tutto. Ci siamo piaciuti subito, ci hanno garantito filati sani e profumati che potevamo mescolare come volevamo, la possibilità di creare i nostri design riportandoli sulle calze e di progettare insieme ogni singolo prodotto. Abbiamo deciso di non seguire l’onda del mercato puntata su bassa o mediocre qualità e prodotti facilmente deperibili, ma di tenerci saldi su quelli che erano i nostri principi con l’aiuto dei nostri collaboratori. Così nasce Bipici Calze per come la conosciamo adesso.




Il 2020 ha rimescolato di nuovo le carte in tavola e nell’impossibilità di svolgere il nostro lavoro nei mercati a contatto con i nostri clienti e nostri amici, ci siamo dovuti adattare alla situazione e abbiamo aperto la parte on-line. È stata una delle cose più complesse che abbia mai fatto, soprattutto per le scarse conoscenze della nostra generazione in questo ambito, mi sono ritrovata spaesata e all’alba dei cinquant’anni ho imparato da zero un nuovo mondo fatto di social, foto, caption e tag. Contro ogni aspettativa, questo mondo mi piace e mi ha permesso di entrare in contatto con tantissime nuove persone sia lato clienti che lato artigiani e altri commercianti, e a oggi dedico quindi buona parte del tempo di Bipici Calze alla cura del profilo Instagram, alle foto e alla gestione del nostro shop online (anche se, confesso, il mercato all’aria aperta con il contatto diretto con le persone rimane il mio grande amore).
Se hai voglia di conoscerci ti aspettiamo sia nelle nostre piazze che online per ascoltarti, cercare insieme quale calzino potrebbe essere il più adatto per te, o anche solo per scambiare due parole.
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📫Delle lettere speciali
Un’idea regalo “analogica” e di grande effetto.
Veronica Ciccotti, fotografa freelance, è la creatrice del Verilover’s Mail Club, un vero e proprio club di posta fotografico e artistico pensato per chi ama le foto e le lettere come si ricevevano una volta. Vuoi mettere la gioia di guardare nella cassetta delle lettere e trovare qualcosa di diverso da una multa o da un volantino di delivery? Lascio la parola a lei per spiegarti meglio come funziona:
Verilover’s Mail Club è un club di posta fotografica e artistica mensile, pensato per chi ama la lentezza, la carta e le cose fatte a mano. Ci si iscrive sul mio sito web per ricevere una mia fotografia 10x15, una stampa diversa ogni mese (sempre 10x15), una lettera personale e, occasionalmente, una piccola sorpresa speciale.
È un rituale gentile da collezionare: un modo per rallentare e riscoprire la magia di ricevere qualcosa di vero, creato apposta per te.
Ogni lettera viene spedita dall’Italia durante la prima settimana del mese, con posta non tracciata (francobollo), direttamente nella tua cassetta della posta. Si riceve la lettera del mese corrente all’inizio del mese successivo. È un servizio in abbonamento con rinnovo automatico, che puoi annullare in qualsiasi momento accedendo all’area clienti.
È anche possibile regalare il Verilover’s Mail Club: scegli la durata (6 o 12 mesi), la destinazione (Europa o Resto del mondo), inserisci i dati del destinatario e aggiungi un messaggio che sarà incluso nella prima spedizione. Nessun problema se non hai subito l’indirizzo: puoi comunicarlo anche dopo l’acquisto. Dopo l’acquisto è possibile scaricare una card da consegnare al destinatario.
Intervallo countdown
Quanto manca a Natale? L’idea, favolosa, è sua.
Vuoi farmi un regalo di Natale? Condividi Controra con persone che potrebbero apprezzarla, è gratis! Oppure aiutami a comprare l’ennesimo libro da aggiungere alla mia pila alta fino al soffitto. Arriva fino in fondo, supera le ultime casette e leggi come.
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✨ E adesso: una storia di Natale
Se mi chiedessero qual è la cosa più bella dei social, non avrei dubbi: sempre loro, le storie in cui mi imbatto e che mi vengono generosamente raccontate. Una di queste ho pensato di farla raccontare anche a te, perché è perfetta per ritrovare quel sentimento di innocenza e speranza tipicamente natalizio che chissà che fine ha fatto. Boh, chiederò alla Sciarelli. Lascio la parola a Francesca.
Al liceo andavo a piedi.
Una camminata di venti minuti durante la quale a volte ripassavo la lezione della prima ora, a volte ascoltavo musica e a volte, semplicemente...osservavo le persone.
Casa mia si trova a metà strada tra il liceo classico che frequentavo e un istituto tecnico alberghiero, e durante il tragitto casa-scuola spesso incrociavo ragazzi diretti all’alberghiero. Una mattina, vedo lei.
Non so esattamente qual è la prima cosa che mi ha colpito: i capelli ricci, gli occhi vivaci, l’aria simpatica, il sorriso, lo sguardo intelligente. O forse il fatto che camminava da sola, come me, e sembrava sempre assorta in mille pensieri. Quei venti secondi in cui le nostre strade si incrociavano iniziarono a diventare una routine che aspettavo con gioia, al mattino.
Andavo a scuola contenta contenta perché sapevo che l’avrei incontrata. Quando non c’era, ero triste: forse era malata? Chissà come si chiamava, e aveva la mia stessa età o era più grande? (Lo so che a questo punto ti sembro pazza. Ma poi peggiora)
Una sera, la decisione: le scrivo una lettera. Mi rendo conto che è una cosa folle, ma in quel momento mi è sembrato assolutamente naturale scrivere una lunga lettera ad una perfetta sconosciuta raccontandole di me, della mia vita e del perché fossi rimasta così colpita proprio da lei, sperando di poter diventare amiche.
La mattina dopo, con la lettera in mano e un po’ di batticuore, la vedo da lontano. Non le dico nemmeno una parola, le sorrido, le porgo la lettera e proseguo per la mia strada senza voltarmi indietro (te l’avevo detto che peggiorava).
Mi ero aspettata una vasta gamma di reazioni a questo gesto: che decidesse di cambiare strada per non incontrare più una quindicenne pazza che va in giro a distribuire manoscritti, che chiedesse a un amico di scortarla fino a scuola... quello che proprio non mi aspettavo (ma ci speravo tanto) era che il mattino successivo anche lei avesse tra le mani una lettera. Me l’ha data senza dirmi una parola, ed è andata via.
Da quel giorno è iniziata una corrispondenza che è durata mesi, la cui consegna si svolgeva sempre nella stessa maniera; non ci siamo mai parlate: a distanza di trent’anni, ancora non so che voce abbia. Ecco, fra tutte le cose un po’ strane e un po’ assurde che ho fatto nella mia vita questa è in assoluto una di quelle di cui vado maggiormente fiera.
Un’amicizia nata da un sorriso e dalla voglia di conoscersi, anche se in modo decisamente non convenzionale.
Chiara, questa è per te: chissà se hai conservato le lettere che ci siamo scambiate tutti quegli anni fa. E in fondo, anche questa...non è altro che una lettera 2.0
I have a dream: se tu che leggi conosci già questa storia o sei proprio quella Chiara, scrivimi! Facciamo una carrambata ❤️
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🔗 E siamo ai link:
un classico delle Controre natalizie: la foto vincitrice dell’Ocean Photographer of the Year Competition, quest’anno di una bellezza davvero incredibile
la mega guida ai regali di Natale del New York Times (comodissima da consultare perché è divisa per categorie e fasce di prezzo)
i suggerimenti di Mariachiara Montera: nella sua newsletter di dicembre tanti consigli per supportare progetti indipendenti
l’edizione limitata di questa macchina fotografica che crea e stampa poesie di ciò che fotografi è sold out, ma c’è una pagina qui su Substack da tenere d’occhio; magari sarà possibile acquistarla ancora (qui, l’articolo di giugno in italiano che avevo salvato per parlartene oggi, per dirti quanto dura la preparazione di una Controra)
una Christmas Card da primato e, a proposito di biglietti di auguri, un po’ di consigli su come renderli qualcosa di meglio delle solite card che si vendono nelle tabaccherie. Anche questa vale come consiglio 👇
un luogo magico da esplorare (sound on)
la storia dell’incredibile furto della Natività di Caravaggio
le vacanze di Natale mi sembrano una buona occasione per svagarsi con storie di famiglie Reali, tiare e compagnia bella, in un luogo consono: The Royal Tea Club, il canale whatsapp di Marina Minelli 👑
a proposito di canali: hai presente quello dove ti scambi meme e frasi irripetibili con le colleghe stressate? Manda loro questo, un po’ di relax ci vuole
sarà forse l’ennesimo segnale della brutta aria che tira, il fatto che i classici spot natalizi quest’anno non mi abbiano entusiasmata granché. Per dovere di cronaca ti lascio il meno peggio e questo, che amerai se sei fan di Love actually (come se qualcuno potesse non esserlo, che assurdità)
E’ il momento di salutarci con il consueto screenshot finale:

Avrai notato che ti ho risparmiato bilanci di fine anno e elenchi di buoni propositi per il prossimo. Sarebbero stati entrambi retorici, un po’ avvilenti, in definitiva inutili per te. Ti lascio però queste parole, che ho iniziato ad ascoltare decenni fa e che, come tutte le cose che valgono, non invecchiano mai.
E ti ringrazio del tuo tempo, è il regalo a cui tengo di più.
Controra torna a gennaio. Ci ritroveremo qui, sempre testardamente impegnate e impegnati a farcela.
Buone feste, di cuore. Stammi bene 🌸
L’immagine di copertina di questa Controra e quelle a corredo della storia di Natale le ho create con Gemini, l’unico utilizzo delle IA ammesso in questa newsletter.
I perché e i percome di Controra li trovi qui (compresa la mia posizione sull’uso dei generi nella scrittura).
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la frase è attribuita a Charles Schulz; che sia vero o no, è il pensiero che conta

















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