CONTRORA #34
Una scomparsa eccellente.
Novembre. Mese di morti e rewatch di film dell’orrore; inizia con le zucche intagliate e finisce con il freezer pieno di quelle ridotte in purea (un po’ come i nostri cervelli, alle prese con i panettoni nei supermercati già da settimane).
La Controra di oggi si adegua al tema e si trasforma in coccodrillo; voglio parlarti di una dipartita che sta facendo davvero la differenza, almeno per me. Forse anche più della scomparsa di tutte le persone che appartengono all’immaginario del nostro Novecento e che continuano a cadere come mosche per ovvi motivi anagrafici, facendomi singhiozzare di rimpianto e nostalgia.
E quindi, buona domenica, accomodati su questo divano; un plaid e una tazza di tisana ti aspettano. Ci sono tante cose da leggere e persone da accogliere, cominciamo.
Parliamone (della morte di un certo storytelling)
Scriveva Machiavelli ne “Il Principe”:
“Dovete, adunque, sapere come sono dua generazioni di combattere: l’uno con le leggi, l’altro con la forza: quel primo è proprio dello uomo, quel secondo è delle bestie: ma perché el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. Pertanto, a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e l’uomo.”1.
Tradotto: se l’obiettivo principale del monarca è la sopravvivenza dello Stato, in alcuni casi è lecito abbandonare ogni scrupolo di tipo morale. Niccolò mi perdonerà, ma ho ripensato a queste righe durante i giorni frenetici della pace/tregua/vittoria parziale2 - chiamala come preferisci - tra Israele e Hamas, innegabile successo di immagine di Trump e dei suoi sodali; a cominciare dal genero Jared Kushner, al quale manca qualsiasi incarico ufficiale ma non il pragmatismo affarista americano all’ennesima potenza, quello che sta ridisegnando i modelli della diplomazia abbandonando la via mediana del compromesso tra interessi personali e bene comune.
Il senso di quel passaggio del Principe, infatti, era che il comportamento spregiudicato non avrebbe mai dovuto superare il limite del discredito agli occhi dei sudditi. In assenza di un novello Machiavelli (il quale, se nascesse oggi, chiederebbe la pensione anticipata e andrebbe a chiudersi in qualche eremo), per ribadire il concetto esistevano, fino a poco tempo fa, altri strumenti potentissimi che ci fornivano anche un sistema di valori consolatorio e auto indulgente.
Per esempio, il cinema.

Il Colonnello Nathan Jessup sono anni che ci dice che a noi serve uno come lui, seduto su quel muro a fare il lavoro sporco. Nei film, però, a un certo punto arriva qualcuno che recita la parte del virtuoso che rimette le cose a posto, perché al lavoro sporco c’è un limite. Questo è da sempre lo storytelling del grande cinema americano, parafrasando il quale mi sentirei di dire che forse è stato solo chiacchiere e distintivo, dato che la maschera in questi giorni sembra caduta, e ci tocca vedere i peggiori villain che fingono di risolvere in pochi giorni questioni millenarie, rosicchiando risultati incidentalmente favorevoli a qualche suddito.
“Adesso attorno ai tavoli delle discussioni i nemici, gli alleati, i mediatori, gli affaristi, sembrano tutti attori divenuti altro da sé, costretti a un diverso ruolo in commedia, proprio a causa dell’intervento di quel burattinaio fuori misura che a tratti minaccia, poi plaude, per poi tornare ad alzare la voce senza nessun’altra regola se non la propria decisione. E il bisogno di essere obbedito.”
Questioni come la morale, il sangue versato, i diritti degli ultimi della Terra, le leggi, le risoluzioni e i princìpi, sono solo inutili orpelli da eliminare senza fare un plissé. E non ha alcuna importanza che la risoluzione sia duratura o meno: nell’economia dell’attenzione che non ci meritiamo, è questo il messaggio che passa. Al tavolo dei criminali ci vogliono altri criminali. Che poi, per ventura, facciano anche cose buone, be’, questa è una storia che nemmeno Sorkin in tutte le stagioni di West Wing mi sembra abbia mai nemmeno immaginato3.
“Non importa che Trump sia davvero un asset controllato dalla Russia di Putin in qualche modo. Conta l’evidenza empirica: si comporta come se lo fosse.”
È come quando compriamo qualche nuovo aggeggio tecnologico e nella scatola mancano le istruzioni per l’uso. O come immaginare una brutta copia di Frank Underwood divenire realtà e chiedersi se nella prossima stagione, in quel salotto dei Casamonica che è diventato lo Studio Ovale, si accomoderà Melania (stiamo pensando la stessa cosa? Stiamo pensando la stessa cosa).
Nel frattempo, mentre terminavo questa Controra, come scatto d’orgoglio del motto land of opportunity (dove tra le opportunity dobbiamo per onestà annoverare anche l’essere di ottimissima famiglia), è stato eletto il primo sindaco di New York figlio di immigrati + musulmano + socialista + giovanissimo, Zohran Mamdani. Vedremo come andrà la faccenda (e ne riparleremo il mese prossimo). In assenza di candidati così abili, consiglierei alla Sinistra italica almeno di assumere un social media manager bravo come il suo.
Ma torniamo a noi. Questo fatto che il raccontarci una storia nel modo più funzionale allo scopo - trasmettere un messaggio, un valore, un’emozione, vendere, convincere - sia stato tramortito dalla realtà, a me pare che valga in molti settori che dello storytelling fanno il loro strumento principale, dalla politica, al marketing. Non ce la raccontano più.
Il malfunzionamento mi sembra stia avendo effetto almeno in due fasce importantissime della popolazione: i giovanissimi, che sono molto meno scemi di quello che pensiamo, e fruiscono dei racconti social con una consapevolezza acutissima del grado di finzione, verosimiglianza e utilità di quello che viene loro propinato; e i non-più giovanissimi-non-ancora anziani, che sono stati risvegliati a suon di ceffoni dai loro sogni di mulini bianchi, se ti impegni ce la fai, ci sono i buoni e i cattivi, insomma, tutto l’armamentario ideologico degli ultimi 60 anni.
Scricchiola sempre di più, dal caso Ferragni4 a oggi, un certo storytelling dei fuff-influencer, sempre seguitissimi ma - voglio sperare - per curiosità o per effetto dello scrolling rimbambente, non certo per comprare quello che dicono loro, o perché noi si creda di assistere anche solo lontanamente a qualcosa di spontaneo e vero (litigi e amori folli compresi).5
“In many cases, though, a huge audience today could mean little in terms of human enthusiasm—the majority of followers might be bots, hate-followers, and dead profiles, as evidenced by low engagement on the user’s actual posts. Moreover, now that social media has dominated culture for more than a decade, many big accounts belong to figures of an earlier era of notoriety; they are the establishment rather than the vanguard.”
Non funzione più quello di alcuni brand, il cui racconto coinvolgente su come sentirti favolosa con indosso un fazzoletto di stoffa da 1.000 euro ha smesso di reggere, per esempio, da quando non c’è più la persona che te lo raccontava nel suo modo speciale; o da quando la misura di ciò che è eticamente tollerabile è stata definitivamente colmata (forse nemmeno Miranda Priestley potrebbe convincermi che il grembiule di mia nonna visto recentemente sulle passerelle abbia un qualche significato profondissimo e rilevantissimo che mi sfugge).
Non funziona già più, nonostante forse in pochi se ne stiano rendendo conto, lo storytelling sulle IA come strumento formidabile per supportare i processi e risparmiare tempo e denaro, sacrificando sull’altare del progresso solo qualche decrepito lavoro del passato. Mentre molte famiglie sono impegnatissime a rivalutare con i propri figli che non hanno voglia di studiare quei mestieri snobbati che nessuna IA potrà mai svolgere (almeno finché non sarà impiantata in un surrogato umano a forma di idraulico), e mentre noi impiegati servi della gleba ci godiamo alcuni indubbi vantaggi pratici, i padroni del vapore producono strumenti sempre più subdolamente potenti; sarà forse il caso di ripassare cosa accade nei classici di fantascienza quando gli umani fessi guardano il dito e non la luna.
“Sora non nasce per farci divertire, ma per costruire i world simulator, ambienti virtuali in cui i robot potranno apprendere la fisica del mondo reale. Ogni volta che correggiamo un errore, che rifiutiamo una clip perché “qualcosa non torna”, forniamo al sistema un’informazione preziosa su ciò che “torna” a noi, su come definiamo la verosimiglianza, la coerenza, il senso del reale.”
E non funziona più nemmeno un certo storytelling degli intellettuali, che un tempo fornivano gli strumenti utili a analizzare gli eventi e trovarne cause e effetti, o a scovare la legge morale dentro di te e giustificare con essa il tuo patimento. Anche loro li vedi brancolare un po’ nel buio, e in quei residuati bellici che sono i talk-show e nei vari Festival di qualcosa in giro per l’Italia, fingendo sicurezza. Le vecchie regole delle scienze umane e delle discipline umanistiche faticano a tenere il passo con una quotidianità sempre più allucinante; oltre al non trascurabile fatto di essere strumenti troppo complessi per chi ha terminato la scuola dell’obbligo in epoca recente, e fatica a seguire con attenzione persino un video di un minuto su YouTube, o il riassunto di tre righe di Gemini (le elementari migliori del mondo, altro storytelling purtroppo morto e sepolto).
Ringraziando il cielo, forse stiamo seppellendo anche uno degli storytelling più infidi e pericolosi di tutti: le recenti e squallide vicende di cronaca giudiziaria mista a pettegolezzo spero abbiano finalmente dimostrato che le piattaforme social non sono luoghi dove si possa agire un attivismo sano, perché sono costruite su un sistema che mira al profitto, alla visibilità e alla polarizzazione. Si stava meglio quando si stava nelle sezioni dei partiti o a litigare nei circoli o a menarsi nelle piazze, almeno ci venivano risparmiate le pubblicità sulle mutande, i terrificanti linguaggi escludenti, le gogne e le paladine della verità. Troviamoci altrove, amiche e amici, dove vi pare (tranne che in una chat).
Della classe politica eviterei di parlare; l’ultima volta che qualcuno ha proposto un progetto con qualche connessione con la realtà è accaduto sempre nel secolo scorso, e infatti ora li vedi che ballano sul Titanic dell’astensionismo.

E quindi cosa fare quando il racconto non funziona più e si rompe il giochino che ti illudeva di scegliere con cognizione di causa, o di partecipare a un progetto che aveva un senso, o che avrebbe fatto la differenza, o che ti avrebbe supportata nell’illusione di essere qualcosa di diverso da un criceto nella ruota? No, perché lo storytelling ha fallito, ma a noi le storie servono ancora eh.
Solo che le abbiamo cercate nei posti sbagliati.
Nelle parole di qualche imbonitrice da circo che ci ha convinte fosse sensato trasformare in un carosello di Instagram le nostre attività quotidiane, illudendoci di fare il viaggio dell’eroe anche mentre facciamo la spesa, o siamo occupate in minuzie del tutto trascurabili, o nei piccoli o grandi impicci di ogni giorno. La normalità spacciata per Odissea.
O in quelle di chi ti indica il nemico, fonte di ogni tua disgrazia, e ti libera dal concetto della responsabilità e dal pensiero che forse i problemi che ti assillano sono anche, o in gran parte, colpa tua.
O nelle parole di chi ha convinto platee sterminate di persone di essere più furbe di tutti, di appartenere al club degli illuminati che sa come curarsi, cosa mangiare, o come dormire nel modo giusto; tutte cose che non sono, ovviamente, quelle suggerite dalla scienza o dal semplice buon senso.
(Alla scienza che è la peggiore traditrice, secondo un certo imperante e tossico storytelling che purtroppo sopravvive alla grande, torniamo dopo.)
Questo è lo storytelling che sono lieta stia tirando le cuoia perché, sempre citando una delle mie Bibbie, i nostri sono dei seri problemi e di persone serie abbiamo bisogno. Mi permetto di aggiungere: e anche di persone serie che sappiano raccontarli, e non raccontare ciò che la gente vuole sentirsi dire.
Un certo storytelling, quindi, ha fallito, e meno male, ma le storie valide che ci accompagnano nelle nostre esperienze quotidiane ci sono sempre, e sono facili da riconoscere.
Sono quelle vere e brutalmente oneste, quelle che per ascoltarle devi un po’ faticare, usando il cervello per rifletterci a lungo, le tue conoscenze per analizzarle e i tuoi sentimenti più profondi e sinceri per accoglierle, elaborarle e assimilarle.
Sono quelle che ti chiedono di investire del tempo, tanto tempo. Non si scappa da questo.
Sono quelle raccontate da chi scende dal piedistallo e ti dice: guarda, non ci capisco più niente neanche io, ma ci provo.
Ognuno trovi le sue preferite, e le ascolti con attenzione.
Intervallo bellezza

Cose da cliccare, guardare, gustare, salvare
(su storie e racconti, anche paurosi perché il mese si presta)
📚 Letture
Vertigine, di Beatrice Mautino, biologa e divulgatrice, è un libro che può aiutarci a non perdere la bussola e l’equilibrio, assediati dallo storytelling di medici influencer (una piaga da debellare quanto prima) e dall’azione perversa delle nostre comprensibili fragilità e paure. Entrambe le cose, miscelate alla cultura del sospetto nel brodo che ci sorbiamo quotidianamente attraverso gli smartphone, minano la fiducia nella scienza e nel sistema sanitario che, come sappiamo bene, rischia il collasso definitivo dopo decenni di attacchi scriteriati.
“Sono narrazioni che fanno leva su azioni che sentiamo come intuitive - mangiare cibi sani, purificare il corpo, evitare le tossine - e intercettano il desiderio di controllo.”
Mautino ci ricorda che il racconto a cui dovremmo dedicare la nostra attenzione è quello di chi lavora più silenziosamente, per esempio nelle corsie degli ospedali e nei laboratori di ricerca, e di chi quel lavoro lo divulga raccogliendo il precipitato delle migliori esperienze e tentando di instillare in noi un nuovo senso di fiducia. Come sa chiunque l’abbia vissuta, l’esperienza della malattia rende vulnerabile al fascino delle soluzioni facili e veloci anche chi è convinto di esserne immune, e io lo so per esperienza avendo vissuto in prima persona il travaglio terrificante della questione Di Bella.
Le perfezioni, di Vincenzo Latronico, racconta cosa accade quando in una vita costruita e mostrata con il filtro insincero del racconto social, arredata con tutti gli elementi di una bacheca su Pinterest, si insinua il dubbio che sotto a quella patina di storytelling non ci sia in fondo granché che ci somigli. 144 pagine velocissime e illuminanti.
“Chiudendo gli occhi Anna e Tom sentivano il profumo di salsedine e di corteccia di eucalipto sfilacciata dal vento, e credevano di essere in Sudamerica; ma aprendoli vedevano, oltre la vetrata, la pavimentazione di cemento spazzolato, i ficus elastica, il restyling in toni danesi del bar, e credevano di essere a Berlino.”
Per l’ultimo consiglio, che definirei “un pollice verso con molto rammarico”, lascio la parola ad Alessandra Gennaro nella nuova sezione sui libri che tutto il Substack ci invidia e che ho presentato qui.
Long live the read! 👑
di Alessandra Gennaro
Ok, lo so a memoria e ok, ho una pila di arretrati un po’ ovunque, dal comodino al Kindle che urlano “vengo prima io!”. Ma la curiosità era troppa (Adelphi che soffia i diritti ad Einaudi, il capolavoro del giovane Roth che va incontro a un restyling inimmaginabile, almeno da noi devoti cultori dell’edizione Bompiani, conversazioni che finiscono sempre lì e mica vorrai continuare a star zitta, no?) e, insomma, a farla breve, ho ceduto alle lusinghe, della nuova traduzione e della nuova “confezione”. Di cui, lo dico subito, non si sentiva la necessità, come neppure si sentiva la necessità della modifica al titolo (l’originale è Portnoy’s Complaint, ma il nuovo traduttore ci tiene a fare notare la polisemia del termine, come se noi adoratori di Roth non ci fossimo lasciati sedurre dai rimandi alle Lamentazioni dell’omonimo libro e non avessimo ironizzato, da lì in poi, su tutte le lagne degli anni futuri), né di questa orribile copertina che lo so che è di Al Capp ma non basta.
Cosi come non basta aver voluto a tutti i costi scegliere la strada dello svecchiamento del lavoro precedente, perdendo completamente di vista la potenza della prosa di Roth che è tutta un richiamare il milieu ebraico, a cominciare dal lessico (e no, avere l’immagine della propria madre “così profondamente radicata nella coscienza” non è la stessa cosa di averla “conficcata in testa”, così come Morto di F*ga fa tanto apericena a Milano, e vuoi mettere con i risvolti quasi epici e per questo tragicomici di Figomania?).
E comunque: non c’è stato momento, in tutta la rilettura, in cui non mi sia detta che oggi un romanzo del genere non avrebbe mai visto la luce: la censura del politicamente corretto si sarebbe abbattuta sul testo, sin dalle prime righe, limitandosi, come ogni censura, alle spie rosse, alle Red flag della superficie, incapace di andare oltre, di approfondire, di capire.
Oppure, temo, sarebbe uscito così, in una traduzione che rimpicciolisce a personaggio comico un gigante della letteratura contemporanea come Alex Portnoy e priva il suo monologo della potenza originaria, dissacrante, blasfema, quasi sovversiva che lo contraddistingue. E, fra le due, non saprei cosa sia peggio.
Come sempre ti ricordo che puoi chiudere Controra, e riaprirla tra due mesi. Le storie che ci raccontiamo qui dentro non faranno la fine di un certo storytelling, promesso.
📺 Schermi
The Witch, è l’opera prima di Robert Eggers da recuperare o rivedere in queste sere fredde e brumose6, nonostante e proprio perché privo dei soliti effetti da “salto sulla sedia”. Ambientato nel New England del XVII secolo, è una storia horror pulita, essenziale, quasi neutra, con una fotografia eccellente e un commento sonoro che fanno metà del lavoro. Gli stilemi del genere di cui ho parlato diffusamente anche qui, sono perfetti non solo per esorcizzare le nostre paure, ma anche per parlare di temi attualissimi come l’emarginazione e i conflitti sociali, e per rappresentare l’eterna dicotomia tra il male immaginato e quello reale. Bonus arricchente: molti dialoghi sono autentici, essendo stati ricavati da diari dell’epoca.
Altro film che ti consiglio di recuperare su Netflix e che mi ha fatto pensare ancora allo storytelling di un certo tipo di fede che pretende di decidere cosa è vero e cosa non lo è, sacrificando per questo una vita innocente: Il Prodigio, con una bravissima Florence Pugh.
Non è vostro compito giudicarci, voi siete qui solo per osservare. È quello che si sente dire l’infermiera Lib che, nel 1862 lascia Londra e si reca in uno sperduto villaggio rurale chiamata ad assistere una bambina in odore di miracolo, portando con sé le sue competenze e il suo sguardo laico, ma costretta ad essere affiancata nei suoi compiti da una suora. Lo scontro tra la narrazione bigotta e le competenza scientifiche, in un luogo aspro, faticoso e respingente - la splendida e perturbante brughiera spazzata dal vento - sono un classico sempre molto attuale, dato che l’una pretende che l’altra fornisca acriticamente un sugello di conferma a quello che sembra solo un inutile martirio.
Se Controra ti piace e la leggeresti anche se fosse a pagamento, non preoccuparti: è gratuita e tale resterà almeno finché per me sarà sostenibile scriverla. Ma puoi comunque supportarmi! Arriva fino in fondo alla strada, supera le ultime casette e leggi come.
🎙 Podcast e altri ascolti
Storia horror che speriamo non ci capiti mai: il licenziamento. È quello di cui tratta il podcast di Adele Meccariello, che ho scelto di consigliarti questo mese per il tipo di sguardo con cui racconta questo evento. Ho chiesto a Adele di spiegarci come e perché è nato. Le lascio la parola, ringraziandola molto di avere accettato il mio invito.
Qualche volta mi sono sentita chiedere perché non scrivessi un libro, domanda che poi è inevitabilmente diventata “perché non fai un podcast”. Ho sempre risposto che semplicemente non avevo niente da dire; avere attenzione per la comunicazione e lavorarci per tanti anni significa anche non avvertire la necessità di dire per forza qualcosa, pur non avendo da dire granché.
Quando qualche mese fa sono stata licenziata, mi sono resa conto che fuori dalla mia preziosa bolla di affetti questo argomento non veniva affrontato granché. Si parla moltissimo di lavoro, ma si parla di come non andare in burnout, del quiet quitting, del work life balance, dei cambiamenti dovuti alle nuove tecnologie, ma in proporzione mi è sembrato che si parlasse ancora poco di quest’altro aspetto della vita lavorativa, ovvero il momento in cui finisce e non per scelta tua.
Non sto dicendo che non lo faccia nessuno, ma questa sensibile sproporzione mi ha fatto pensare che forse stavolta ce l’avevo, qualcosa da dire.
“La sindrome di standby” nasce così, come un’analisi di una fase di vita che sembra un enorme vuoto ma che è ricchissima di avvenimenti, riflessioni, rischi e possibilità (buone e non). Ho deciso di sfruttare questa occasione per cimentarmi con una forma di scrittura ancora nuova per me: ho scritto per la radio, la tv, il web, i quotidiani, e una quantità di altre cose, ma non avevo ancora mai scritto per il podcasting. Ho studiato, ho buttato giù una serie di temi personali che pensavo potessero avere un minimo interesse anche fuori dalla mia testa, e ho tracciato i confini e il percorso di questo piccolo racconto.
Parte da eventi personali - le volte in cui sono stata licenziata, “non tantissime, ma comunque più di una”, come dico in una puntata del podcast - ma non c’è granché di personale, perché per fortuna la mia vita privata non interessa a nessuno almeno tanto quanto a me non interessa renderla pubblica; ma poi la riflessione cerca di affacciarsi a un sentire che non dev’essere soltanto mio, e perciò spero che La sindrome di standby possa servire a qualcuno che ha passato o sta passando un periodo simile. Lo scopo è provare a essere una goccia nel mare del dibattito sul lavoro con un tema che forse andrebbe raccontato e ascoltato di più.
🖋 Newsletter
Italia Mondo, di Francesca Ceci - autrice e sceneggiatrice di graphic novel e libri illustrati - ti parla dei luoghi attraverso le parole di scrittori e scrittrici che li hanno raccontati. Quale mese migliore di novembre per suggerirti di iniziare a conoscerla partendo da questa uscita, che ho letto appuntandomi tutte le cose da leggere inspiegabilmente sfuggite al mio radar delle cose paurose 👻
🔗 E siamo ai link:
un esempio del potere che hanno certe storie: la giacca di Joan Fontaine in Rebecca
che voglia di fare una passeggiata in un cimitero vittoriano! Qui quello di Highgate
Long read, che ti consiglio davvero di salvare tra le cose da leggere quando avrai tempo: parla di quando non esistevano gli smartphone ma le foto riuscivano comunque a raccontare la realtà della trincea. Lo fanno ancora adesso, se le osserviamo bene
come nacque il nuovo storytelling sulla figura dell’investigatore? Ce lo spiega Sir Arthur Conan Doyle, di persona personalmente (e anche qui c’entra la scienza, tutto si tiene)
storie sconosciute dietro a un vetro, un progetto inquietante
un cold case medioevale
lo storytelling che mi piace: quello che racconta, con verità e precisione, il dietro le quinte delle immagini patinate che ci piacciono tanto
e quello che non mi piace: la corsa continua al cambiamento
25 immortali jumpscares (metto uno spoiler alert, in caso tu abbia vissuto in un bunker fino a oggi)
non staremo sostituendo lo storytelling vecchio con uno nuovo? Ci ho pensato leggendo questa uscita della newsletter di Gianluca Diegoli
e poi un consiglio, dalla viva voce di Hercule Poirot, su come ascoltare davvero una storia
bene, ora applica i suoi consigli, ascoltando questa
E’ il momento di salutarci con il consueto screenshot finale, direttamente dalla mia gallery infinita:

All’inizio del film, la voce di Morgan Freeman recita:
“Con infinito compiacimento, l’uomo vagava per il globo terrestre, fiducioso del proprio dominio su questo mondo. Eppure, attraverso la volta dello spazio, esseri freddi e ostili guardavano al nostro pianeta con occhi invidiosi. E lentamente e indisturbati ordivano i loro piani contro di noi.”
Ecco, questo è un altro storytelling decisamente fallito; sono certa che a noi, esseri civilizzati da millenni e che da millenni diamo il peggio di noi, ci schifano pure gli alieni.
Io ti ringrazio del tuo tempo. Noi ci rileggiamo nella prossima, imperdibilissima Stanza degli ospiti, che ospiterà qualcuno che le storie le racconta senza usare le parole.
Stammi bene, 🌸
La foto di copertina di questa Controra è di Crawford Jolly su Unsplash.
I perché e i percome di Controra li trovi qui (compresa la mia posizione sull’uso dei generi nella scrittura).
Controra è gratuita, ma richiede tantissimo lavoro. Puoi decidere di darmi una mano condividendola in questo modo o facendo quella cosa del caffè, anche offrendomelo ogni mese, se vuoi. La tua generosità mi aiuterà con le spese di abbonamento alle decine di fonti che leggo per scriverla (se cogli la citazione ti voglio molto bene!).
E se vuoi scrivermi io rispondo sempre, con tanta contentezza.
Le illustrazioni che rendono Controra molto bella sono di Alice Fadda ✏
Nicolò Machiavelli, Il principe, cap. XVIII - Quomodo fides a principibus sit servanda.
la definizione che cercavo l’ho trovata grazie a Guia Soncini, qui.
o forse la patina del rimpianto per la migliore serie tv della storia ha anch’essa costruito uno storytelling, e ho rimosso questa parte.
incredibile come la vedi oggi nei TG che si occupano dei suoi impicci legali e sembri già un reperto del Paleolitico, tempus fugit velocissimo!
se l’argomento ti interessa, l’AGCOM ha appena pubblicato il modulo per l’iscrizione all’albo degli “influencer rilevanti”, che comporta l’accettazione del famoso codice di condotta, con obbligo di dichiarare se un contenuto è una pubblicità o è stato artefatto con app o IA.
altro storytelling che forse avrà vita breve per via del cambiamento climatico; chissà come faremo con le zucche che marciscono per il caldo.















Una puntata densa di riflessioni e spunti, in un continuum discorsivo che va, quanto all’approccio, dall’antropologia alla filosofia (sì, proprio lei!) e, quanto ai contenuti, dalla letteratura alla musica, alla storia, al costume, all’attualità, ai media. Al testo si accompagna l’immediatezza delle citazioni e dei rinvii pertinenti. Link utili e strategici costellano il testo, con il quale mantengono la complementarità senza implicare necessariamente l’interruzione della lettura, fruibile in altro momento. L’interattività, mai fine a sé stessa, è la parte antologica delle fonti, per così dire, una serie imperdibile di exempla e approfondimenti che, solo per fare qualche esempio, dal passato remoto (Machiavelli) si inoltra nel passato prossimo (vd. il discorso del Presidente) e nell’inziale cedimento del fenomeno “follower” (finalmente), per arrivare all’oggi della AI di Sora2. Il tutto condito da un’ironia che alleggerisce il racconto, a cominciare dal de profundis incipitario, ma che non esita a farsi sarcastica e accusatoria, laddove necessario. Questo già basterebbe a valutare positivamente Controra, come fortunatamente si può dire di altre NL, citate anche qui. Al mosaico strutturale di questa sintassi corrisponde un tessuto verbale fluido, ineccepibile, mai eccessivo, che cattura e convince. Un’ultima notazione riguarda il lavoro preparatorio di Controra che, sebbene agevolato dai potenti mezzi informatici, rivela una ormai consolidata prassi compositiva.
Quante verità (ahimè), ma almeno il barlume di una rinnovata consapevolezza. Anche io notato questo nuovo atteggiamento proprio nelle due fasce anagtafiche che inidchi tu, e che vivo in prima persona (ho 54 anni e una figlia di 15). PS. Mautino appena letta e molto apprezzata. A questo punto rileggerò Roth ma nella versione del cuore amata già una volta (e lo dico da traduttrice, seppur di altro genere di scritti). Grazie per la tua Controra 🤗